ON THE BREADLINE

BELGRADO

Nel contesto Serbo l’artista cercherà il significato della metafora del pane: un ponte tra civiltà diverse, cresciute su sponde opposte dello stesso mare, ma accomunate da un retroterra culturale identico. Seguendo la linea tracciata del grande scrittore serbo-croato scomparso da poco Predrag Matvejević: «mi sono reso conto di come culture lontane avessero nel grano delle radici in comune. È la storia delle prime farine dei nomadi, delle sacche dei viandanti e del pane dei frati: che è lo stesso dei mendicanti e dei carcerati» così Matvejević narra il grandioso vagabondaggio del grano nel suo libro Pane Nostro. ll pane nella ricerca di Elena Bellantoni diventa metafora delle tensioni sociali e politiche del nostro tempo: «I parassiti minacciano da sempre il grano e la farina e il corpo dell’uomo che se ne nutre. I loro nomi sono diventati sinonimi di danni, guasti e disgrazie.» come racconta lo scrittore Matvejević.

ON THE BREADLINE

BEO PROJECT

Il progetto di residenza a Belgrado è curato da Beo Project si avvale del patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura a Belgrado. Beo_Project è uno dei primi progetti internazionali fondati a Belgrado, diretto da Zara Audiello in collaborazione con gli artisti e architetti Dragan Strunjas e Sandra Božić.
L’interesse curatoriale è stato fin dall’inizio orientato a est; un’area piena di potenziale che non è stato ancora pienamente esplorato. Beo Project ha l’obiettivo di presentare progetti creativi con una prospettiva contemporanea. Beo Project vuole essere un luogo di connessione tra il mondo artistico internazionale e la regione balcanica. Il collettivo fornisce una piattaforma per lo scambio di idee all’interno dell’intersezione di diverse discipline artistiche. L’obiettivo principale è quello di creare uno spazio per artisti e curatori dove è possibile condividere idee e lavorare, esibire ed esibirsi. Questo può assumere molte forme, come mostre, eventi, workshop, collaborazioni e progetti artistici che si basano sull’educazione e sulla partecipazione dei cittadini.

Nella realizzazione dell’opera è stato coinvolto il Coro del Collegium Musicum dell’Accademia Musicale diretto Dragana Jovanovic.

L’Academic Choir Collegium musicum è stato fondato nel 1971 per iniziativa del professor Vojislav Ilic e i suoi membri sono studentesse della Facoltà di musica d’arte di Belgrado. Darinka Matic Marovic, professoressa emerita presso l’Università delle Arti, è stata la direttrice del coro sin dalla sua fondazione mentre Dragana Jovanovic, professore associato presso il Dipartimento di direzione della Facoltà di musica di Belgrado, è stata assistente direttore dal 1999, ed è stato il direttore del coro dal 2002. Dal 1971 fino ad oggi più di 300 studentesse della Facoltà di Music Art di Belgrado sono state membri di questo ensemble. Il collegium musicum è uno dei cori più eminenti in Serbia. Fino ad ora il coro ha eseguito più di 3000 concerti in tutto il paese e all’estero. Il Collegium Musicum ha partecipato a molti importanti eventi culturali nel paese e nella regione, nonché in progetti che hanno incluso numerosi brani vocali e strumentali in collaborazione con l’Orchestra Filarmonica di Belgrado, la RTS Symphony Orchestra, la St. George Strings Orchestra, Belgrade Strings Dusan Skovran, Nis Symphony Orchestra, Montenegro Symphony Orchestra..
Negli ultimi anni l’ensemble ha sviluppato un’identità scenica visiva nella performance corale con particolare attenzione, e ha anche eseguito diversi concerti-spettacoli come Sirens, Document: Water, Mokranjac 1914 – 2014 e Water – Snake – Smederevo City, Shklovsky – Energy malizia, Revival of Sound
Dragana Jovanović, DMA si è laureata in direzione d’orchestra e ha conseguito la laurea in MA e DMA presso il Dipartimento di direzione della Facoltà di musica di Belgrado, nella classe del professor Darinka Matić-Marović. La Faculty of Music Art l’ha delegata a partecipare al seminario di sviluppo professionale The Art of Choral Singing organizzato dal Stockholm King’s Music College di Dubrovnik nel 2005. Ha ricevuto il premio Predrag Milošević dal Fondo per il miglior direttore.

Belgrado Performance

Yu&Me On the breadline

Yu&Me On the breadline.
Durante il mese che ho passato a Belgrado è nata la necessità di tra-scrivere il mio rapporto con la città, come fosse un dialogo a due, in dei luoghi che ho deputato chiave. Così sono nate tre azioni differenti, che si sono sviluppate nello spazio pubblico, in città.
Ho scelto il Museo del 25th of May – il museo dedicato alla gioventù titina, ai lavoratori, ma è anche il mausoleo di Tito -. L’atto di lanciare la farina, diventa un gesto quasi di protesta, che evoca le mani tese e bianche durante le manifestazioni contro la guerra, nel periodo in cui a Belgrado non c’era pane e la gente protestava per l’embargo. Nel gioco di parole Yu&Me “Yu” è l’ex Yugoslavia, è come se cercassi un rapporto personale con la città un TU, il “me” che emerge è il mio corpo che metto in gioco.
Durante l’azione divento lentamente bianca, fino a cancellarmi quasi. In questo gesto di annullamento c’è tutta la carica simbolica di un atto silenzioso, in cui il bianco della farina diventa un colore che mi rende “vecchia” e traccia il punto di crisi in cui emerge la mia breadline, che visivamente traccio a terra.

Blu White Red

In Blu White Red i colori della bandiera della ex-Yugoslavia vengono srotolati, come fossero un nastro infinito, all’interno del perimetro delle fondamenta del Museo della Rivoluzione nella zona di Novi Beograd.
Nel 1961 fu scelto un audace progetto di Vjenčeslav Richter per quello che doveva essere uno degli edifici più importanti della Jugoslavia socialista: il Museo della Rivoluzione della Nuova Belgrado. Richter affermò che lo scopo di questo museo era “salvaguardare la verità su di noi”. Il museo della rivoluzione, mai costruito, doveva essere aperto pubblicamente nel 1981 e doveva presentare una collezione e un’esposizione permanente, una visione completa dei movimenti sindacali e della rivoluzione popolare all’interno della SFR Jugoslavia. Il progetto fu avviato attraverso una competizione nazionale incaricata di esprimere l’ideale socialista ed il concetto di “rivoluzione” del movimento operaio internazionale.
Dopo un decennio e diversi tentativi di migliorare la struttura attraverso l’ingegneria e la pianificazione, la costruzione è iniziata ma è stata di breve durata: solo il livello sotterraneo è stato tirato su.
Con la mia azione tento di ricostruire in modo “immaginario ed ironico” questo spazio mai realizzato. Per farlo decido di indossare i panni di un super eroe mascherato – che veste i colori della ex Yugo-  e, come nelle staffette che venivano fatte in occasione dei festeggiamenti dei compleanni di Tito, ne ripercorro il perimetro delle fondamenta correndo.
Attraverso questa ricostruzione è  come se attraversassi in modo “onirico” la storia di della ex Yugoslavia. L’azione finisce quando anche i nastri finisco, il tentativo di edificazione ha reso visibile una struttura che non esiste. Il taglio dei nastri sancisce un inizio ma anche la fine di un’epoca.

Armed body /corpo armato

Armed body /corpo armato è un lavoro performativo girato nell’antica Kalamegda, la rocca Turca, all’interno della quale c’è una collezione di carri armati, armi, bombe e missili risalenti alle varie guerre che hanno attraversato i Balcani. 
In questo parco aperto al pubblico i bambini giocano mentre gli adulti scattano le foto. 
I carri armati sembrano diventare degli enormi giocattoli con cui le persone interagiscono. Ho “armato il mio corpo”, costruendo un percorso “ginnico” con lo spazio, che è diventato un prolungamento di questi oggetti. Attraversando questo parco giochi il mio corpo subisce una trasformazione personificando questi giocattoli di morte.